La professione veterinaria

Questa professione nasce in Italia nel XVIII secolo ed il primo insegnamento è del 1765 a Padova, sotto la Serenissima Repubblica Veneta.

I principali organi di cui si avvale ed attraverso i quali coordina le attività dei veterinari, sono l’Ordine ed i Sindacati, che nascono nel xx secolo.

Sono autorizzate ad esercitare la medicina e chirurgia veterinaria le persona di nazionalità italiana munite di diploma di laurea conferito dallo Stato Italiano ed abilitate dal consiglio dell’ordine provinciale (ai sensi dell’art.100, comma secondo, approvato con regio decreto del 27 luglio 1934, n.1265).

Negli anni ’80 si è adottato un progetto di legge che regolamenta l’esercizio in Italia della medicina veterinaria da parte di cittadini membri dei Paesi della Comunità Europea.

L’ordine dei veterinari

La libera professione veterinaria è coordinata da un Ordine, che ha il compito di assicurare il buon funzionamento della professione, grazie ad una regolamentazione che assicura la tutela dei suoi membri contro l’‘esercizio illegale e fraudolento.

Regolamento interno del Codice deontologico

Il Consiglio superiore dell’Ordine ha elaborato e promulgato un Codice Deontologico che elenca i doveri del veterinario e le regole dell’esercizio della sua professione. Il Consiglio provinciale ha un Albo permanente in cui sono iscritti i professionisti residenti nella provincia, che viene aggiornato e pubblicato all’inizio di ogni anno. Il Consiglio provinciale dell’Ordine ha un compito disciplinare per tutto ciò che riguarda l’onore, la morale e la disciplina della professione.

L’articolo 1 del Codice Deontologico indica a quali scopi deve essere rivolta l’opera del veterinario:

  • alla prevenzione ed alla diagnosi e cura delle malattie degli animali;
  • alla conservazione ed allo sviluppo di un efficiente patrimonio zootecnico, promuovendo il benessere degli animali e l’incremento del loro rendimento;
  • alle attività legate alla vita degli animali;
  • alla protezione dell’uomo dai pericoli e danni a lui derivanti dall’ambiente in cui vivono gli animali, dalle malattie degli animali e dalle derrate o altri prodotti di origine animali;
  • al rispetto integrale degli animali.

I sindacati

La professione veterinaria come tutte le altre, ha la necessità di tutelare i propri interessi, farsi conoscere ed apprezzare dalla pubblica opinione, prendere posizione nei confronti dei pubblici poteri e resistere alle pressioni che essi possono esercitare.

In Italia la classe veterinaria è tutelata da due sindacati: il SIVELP (liberi professionisti) ed il SIVEMP (veterinari dipendenti). Essi tutelano gli interessi materiali e morali dei veterinari, assicurano la loro immagine e si preoccupano della loro formazione professionale.

Dal Codice Deontologico: doveri generali del medico veterinario

Art.6 – L’esercizio della professione di medico veterinario deve ispirarsi a scienza e coscienza.

Art.7 – Il medico veterinario non deve mai rinunciare alla sua libertà e indipendenza professionale. Nello scrupoloso disimpegno degli interventi che gli vengono richiesti è tenuto a tutelare l’interesse privato del cliente, sempre che sia in armonia con quello della collettività e salvaguardando le leggi protezionistiche. Deve denunciare all’Ordine ogni tentativo tendente ad imporgli comportamenti non conformi al Codice Deontologico, da qualunque parte provenga, affinché l’Ordine stesso possa provvedere alla sua tutela.

Art.8 – Nell’esercizio professionale il medico veterinario è tenuto a indicare i mezzi di prevenzione, di indagine e di cura ritenuti più adeguati e prescrivere i farmaci stimati più appropriati. A parità di efficacia, egli deve limitare le sue prescrizioni e i suoi interventi a quelli strettamente necessari. Costituisce colpa grave lasciarsi guidare, in questo campo, da interessi di carattere economico.

Art.9 – Il medico veterinario nell’esercizio della professione ha il dovere di comportarsi in modo da onorare la Categoria alla quale appartiene.

Art.10 – Il veterinario ha l’obbligo, solo nei casi di urgnza, anche se non invitato, di prestare le prime cure agli animali. Tale obbligo non sussiste quando l’opera di soccorso comporti pericolo o l’intervento sia sconsigliabile per giusta causa.

Art.12 – Il medico veterinario che riveste cariche pubbliche non deve valersene nell’esercizio della libera professione.

Art.13 – Gli ambienti in cui il medico veterinario esercita la professione devono essere adeguati alle vigenti leggi.

Art.16 – Ogni forma di terapia segreta è vietata.

Art.17 – Il medico veterinario può farsi sostituire in mansioni di sua competenza da personale laureato in Medicina Veterinaria e iscritto all0albo professionale. Può avvalersi della collaborazione di personale ausiliario di sua fiducia.

Art.20 – Il medico veterinario non deve pubblicizzare notizie di nuovi procedimenti diagnostici o terapeutici non sottoposti ad adeguata sperimentazione e a rigoroso controllo scientifico, ovvero diffondere notizie che possano destare allarmi ingiustificati.

Art.21 – Il medico veterinario è tenuto a continuo aggiornamento delle proprie conoscenze in campo tecnico-scientifico onde fornire sempre prestazioni professionali di alta qualifica.

L’aggiornamento professionale va assicurato sia mediante l’iniziativa individuale, sia mediante l’intervento delle pubbliche istituzioni sanitarie tenute a promuovere la migliore formazione professionale.

Art.24 – Il medico veterinario che esegue la sperimentazione clinica sugli animali di nuovi farmaci e di nuove tecniche farmaceutiche deve evitare sofferenze all’animale, rispettare le vigenti leggi e, in ogni caso, non deve agire con crudeltà.

La responsabilità del veterinario

Come tutti gli altri professionisti, i veterinari italiani sono esposti a richieste di risarcimento danni causati dall’inadempimento del loro dovere nei confronti del cliente e dall’inosservanza delle norme del Codice Deontologico.

Obbligazione di mezzi e obbligazione di risultato.

E’ chiaro che nessuno denuncerebbe un veterinario che non sia riuscito a salvare un cane da un male incurabile, malgrado ogni sforzo.  Invece è sicuramente perseguibile il veterinario che abbia adottato una terapia non corretta, causando la morte di un animale che un altro collega avrebbe certamente potuto salvare.

Giuridicamente parlando, potremmo dire che il veterinario abbia nei confronti del proprio assistito una “obbligazione di mezzi” e non una “obbligazione di risultato”. Vale a dire che il comportamento e le scelte del veterinario devono essere quelli giusti, ma ciò non può garantire il risultato, cioè l’esito positivo della cura.

Il veterinario non può essere infallibile, tuttavia è giusto pretendere che egli non agisca con imprudenza, negligenza imperizia o disattendendo leggi, regolamenti, ordini o discipline. Se ciò si verificasse, causando un danno all’animale, il professionista sarà tenuto al suo risarcimento. Per ciascuna delle situazioni citate, la giurisprudenza ha fornito numerose definizioni:

Imprudenza

E’ l’agire senza cautela, La normale prudenza “non è tale in ragione della maggiore o minore prevedibilità dell’evento, ma in ragione di quel comportamento che tutti gli uomini debbono tenere in determinate circostanze di tempo e di luogo per evitare la lesione dei diritti altrui” (Cass.pen.sez.IV, 8 arile 1981, n.3044)

Negligenza

Questo concetto ” commisurato alla diligenza media degli uomini va applicato – secondo costante orientamento giurisprudenziale – con adeguato rigore e con riferimento specifico alle mansioni di vigilanza svolte nei confronti di soggetti che sovraintendono ad attività comportanti un’elevata incidenza di rischi, per l’incolumità propria e di terzi, che per le esigenze stesse del servizio sono tenuti ad un’assidua, diligente sorveglianza sulla regolarità delle attività affidate alla loro direzione e al loro controllo”

Imperizia

E’ una insufficiente preparazione professionale di cui il veterinario, pur essendone consapevole, non ha voluto tenere conto. ” Tale concetto, addebitato a soggetti che prestano mansioni di elevata delicatezza, specializzazione e responsabilità, deve essere valutato in rapporto alla qualifica e all’attività svolta in concreto, le quali esigono l’osservanza delle regole e delle precauzioni doverose da parte della media dei soggetti rivestenti identica qualifica e svolgenti identiche mansioni.”(Cass.pen.sez.IV, 5 novembre 1986, n.12416).

C’è quindi l’obbligo da parte del professionista, di acquisire un livello di preparazione culturale e tecnica tale da consentirgli un corretto esercizio della professione, e di aggiornarsi continuamente.

Il veterinario sarà civilmente responsabile se avrà somministrato una medicina che, prima ritenuta innocua, sia stata successivamente dimostrata nociva. O se non avrà adottato una cura di recente scoperta ed approvata dall’autorità sanitaria, proprio perché non ne era a conoscenza.

Appare subito evidente come, dal momento che la legge non impone al veterinario l’infallibilità, sia difficile stabilire una regola generale per evidenziare l’errore diagnostico. Sarà compito del giudice valutare caso per caso, con l’aiuto delle perizie dei Consulenti Tecnici d’Ufficio.

Due tipi di responsabilità

Contrattuale

E’ la responsabilità che sorge quando tra il professionista ed il cliente si instaura un rapporto di natura contrattuale. Questo è il caso che maggiormente ricorre nella pratica.

Extracontrattuale o per fatto illecito

E’ la responsabilità che sorge quando il veterinario causa una danno all’animale senza che si sia ancora istaurato alcun rapporto contrattuale col suo padrone. Questa eventualità, abbastanza rara, può verificarsi solo in due casi: se il veterinario si sia rifiutato, senza valido motivo, di dare assistenza all’animale portatogli dal padrone, o se abbia curato un cane senza che nessuno glielo avesse richiesto (magari un animale smarrito, successivamente ritrovato dal padrone).

In caso di responsabilità contrattuale, l’onere della prova è a carico del veterinario, il quale dovrà dimostrare che ” l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” (art.1218 Codice Civile)